Brexit: non proprio un’uscita di emergenza

Prescindendo dal giudizio politico sulla scelta di uscire dall’Unione, ho ritenuto interessante capire la procedura tracciata dall’art. 50 del Trattato sull’Unione Europea (TUE) e gli eventuali meccanismi che esso può attivare.

Se non vuoi leggere tutto, il grafico dovrebbe essere sufficiente a capire il funzionamento dell’art. 50.

Se vuoi approfondire l’argomento, ti suggerisco: (1) The mechanics of leaving the EU – explaining Article 50 del think tank londinese OpenEurope, (2) Article 50 TEU: Withdrawal of a Member State from the EU del think tank del Parlamento Europeo e (3) Prime osservazioni sul diritto di recedere dall’Unione europea pubblicato sul sito di Federalismi, rivista di diritto pubblico italiano, comparato ed europeo.

Se vuoi conoscere le motivazioni del Regno Unito, ti consiglio questo sketch tratto dalla serie comica Yes, Minister: European Diplomacy.

ART. 50

All’inizio è semplice

Lo Stato membro è libero, senza dover giustificare la propria scelta e nel solo rispetto delle proprie norme costituzionali, di comunicare al Consiglio Europeo la volontà di recedere.

È un momento importante: dalla data di notifica inizia a decorre il termine di due anni per raggiungere un accordo.

Resta calmo e convoca un nuovo summit

Successivamente sarà l’Unione, senza la partecipazione dello Stato che vuole recedere, a stabilire i tempi di riunione del Consiglio Europeo che deve formulare le linee guida per iniziare i negoziati. E intanto il tempo scorre.

Ce lo chiede l’Europa

I negoziati devono tener conto di tutte le relazioni tra lo Stato e l’Unione: bisogna rinegoziare le quote sulla pesca, agricoltura, sistema bancario, norme finanziarie, gestione dei rifiuti, regole sulla libera circolazione di capitali e merci, eventuali tassi doganali, etc etc etc. Un bel po’ di roba.

In due anni, o meno, considerati i tempi delle Istituzioni europee, si riuscirà a trovare un accordo su tutto? E che tipo di accordo sarà?

Il bivio

I negoziati possono terminare in due modi: si conclude un accordo ovvero non si conclude. In entrambi i casi, il risultato è l’uscita dello Stato dall’Unione Europea.

L’accordo e l’imprevedibilità dei voti

Nel caso che si trovi un accordo, questo dovrà essere approvato dal Parlamento Europeo e dal Consiglio.

L’art. 50 non disciplina l’ipotesi di un voto contrario di queste istituzioni, ma è verosimile pensare che comporterebbe una riapertura dei negoziati.

Non è chiaro se il termine di due anni si sospende, si interrompe ovvero continua a scorrere mentre le Istituzioni votano.

È interessante ricordare che alla votazione nel Parlamento Europeo partecipano i deputati eletti dallo Stato membro: questi  sono rappresentanti di tutti i cittadini dell’Unione e non del proprio Stato.

La maggioranza necessaria nel Consiglio è quella qualificata: bisogna ottenere il voto favorevole del 72% degli Stati che rappresentino almeno il 60% della popolazione dell’Unione. Lascio a te i conti.

Inoltre: dato che il Consiglio ha una formazione variabile (secondo l’argomento partecipa un ministro diverso a rappresentanza del Governo), chi parteciperà al voto?

Il loop dei negoziati

Ritornando al bivio: se in due anni dalla data della notifica non si raggiunge un accordo, è necessario il voto unanime del Consiglio Europeo per poter continuare i negoziati.

È un momento utile per veti incrociati: alcuni Stati possono approfittarne per ottenere piccole vittorie in altri ambiti del diritto dell’Unione. Sembra che il Portogallo abbia già usato una tecnica simile.

In questo momento, i negoziati possono entrare in un loop: l’art. 50 non disciplina l’ipotesi che l’accordo non sia concluso entro il nuovo termine. In teoria, quindi, con voto unanime del Consiglio Europeo e la volontà dello Stato membro, si può stabilire un ulteriore termine utile. E così all’infinito.

Per molto tempo può durare una situazione imbarazzante. Finché non si raggiunge un accordo, infatti, lo Stato è ancora membro dell’Unione: partecipa a tutte le procedure e le riunioni, salvo quelle in cui si discute della sua permanenza. In pratica, prende parte alla formazione di norme cui sta cercando di non essere più sottoposto.

Con o senza paracadute?

Se dopo due anni, o dopo la scadenza del nuovo termine, le parti non trovano un’intesa, lo Stato non è più membro dell’Unione.

Significa che se non ha provveduto con leggi specifiche, le materie che erano disciplinate da norme dell’Unione si trovano, da un giorno all’altro, sottoposte alle vecchie leggi nazionali (laddove esistono).

L’eventuale accordo raggiunto, inoltre, può essere sottoposto al controllo della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, in base all’art. 263 TFUE. Significa che può essere invalidato, in tutto o in parte, creando la necessità di riaprire i negoziati.

Dipendendo dalla struttura e dagli argomenti, è possibile che sia richiesta l’approvazione dell’accordo da parte dei Parlamenti nazionali. Democraticamente bello, ma c’è il rischio che venga bocciato e che siano riaperti i negoziati.

La luce in fondo al tunnel

Tra i tanti effetti dell’uscita, sottolineo due cose interessanti (del paradosso linguistico ne ho già parlato qui).

Per lavorare nelle Istituzioni europee, salvo specifiche eccezioni, è necessario essere cittadini di uno Stato membro dell’Unione. Quanti cittadini del Regno Unito sono coinvolti?

I trattati firmati dall’Unione con Stati terzi o con organizzazioni internazionali non saranno più applicabili allo Stato che è uscito dall’Unione. Questo dovrà sedersi a nuovi tavoli di negoziati. Un esempio, tra gli oltre 50, è l’accordo con la Turchia sulla gestione dei migranti.

Curiosità

Non ci avevo mai pensato, ma c’è stato un tempo in cui l’Algeria era parte della, allora detta, Comunità Economica Europea: ha dichiarato la sua indipendenza nel 1962.

È un precedente per Scozia e Catalogna.

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