Di volontariato e consumismo

Marta Fana è uno dei nomi che leggo più volentieri sulle questioni di politica economica. In un articolo pubblicato da Internazionale solleva un dubbio interessante:

L’ipotesi del volontariato apre una contraddizione di fondo: se è possibile fare volontariato significa che quei posti di lavoro potrebbero esistere, tuttavia non si è disposti a retribuirli. Non solo nel privato, ma anche nel pubblico. Il quadro che si delinea è quello per cui il ruolo e il peso del lavoro all’interno della società va via via sfumando non perché “così vanno le cose, così devono andare”, ma per una sequenza ben precisa di interventi politici che non riguardano più solo i migranti ma anche i cittadini italiani.

Problematica simile è la trappola della cosiddetta sharing economy, sollevata dalla giurista Veena Dubal:

Si fanno pubblicità dicendo che potete guadagnare contante extra, ma la domanda sottostante è ‘perché avete bisogno di guadagnare più di prima?’.

La grande capacità del capitalismo è questa, non si appropria solo del lavoro, ma anche della mente: mette a produzione la controcultura che lo critica.

Non è un caso se la cosiddetta sharing economy e la moda hipster degli abiti vintage e di seconda mano nasce negli stessi anni della crisi economica di inizio millennio.

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