Aspettando il 5 dicembre

All’inizio era febbraio 2016, secondo quanto riportato da Il Sole 24 Ore a marzo 2015:

La legge 352 del ’70 che regola i referendum prevede dei tempi tecnici non inferiori ai sette mesi: quindi se il via definitivo avverrà prima dell’estate come prevede il governo, il referendum potrà tenersi a febbraio 2016.

Poi sì sa come è andata: la promessa di dimissione in caso di sconfitta, la provocazione del prima si vota meglio è, la sconfitta alle amministrative di giugno e l’idea di posticipare il voto a fine ottobre, poi aspettiamo la Consulta – che saggiamente rinvia la decisione sull’italicum – e, infine, si decide per votare il 4 dicembre, inserendo la risposta “giusta” nella domanda stessa.

Dei costi della politica mi interesso poco: il vero problema della riforma è di sostanza democratica. E lo so che viviamo in un epoca post-fattuale, ma mi piace sottolineare due punti: (1) Italicum e riforma del Senato non assicurano la stabilità del Governo e (2) la riforma del procedimento legislativo complica e non semplifica l’adozione di nuove leggi.

Sulla presunta stabilità, consiglio uno dei dieci piccoli debunking di Alessandro Gilioli:

La maggiore stabilità c’è se al ballottaggio per la Camera vince lo stesso partito che ha già la maggioranza al Senato, il che non è scontato. Ad esempio, se nascesse domani, il Senato previsto dalla riforma Boschi sarebbe a grande maggioranza Pd (in quanto eletto dai consigli regionali quasi tutti Pd) ma se poi al ballottaggio per la Camera vincesse il Centrodestra o il M5S si creerebbe una conflittualità perenne tra Camera e Senato.

Sulla semplificazione legislativa, ricordo un articolo di Francesco Pallante:

Se passasse la riforma, non avremmo più un solo procedimento legislativo, ma occorrerebbe distinguere tra:

  1. leggi approvate, come oggi, da entrambe le Camere;
  2. leggi approvate solo dalla Camera, salvo il Senato decida entro dieci giorni di esaminarle e di approvare, entro ulteriori trenta giorni, proposte di modifica su cui deciderà, poi, in via definitiva la Camera;
  3. leggi approvate solo dalla Camera, salvo il Senato decida entro dieci giorni di esaminarle e di approvare, entro ulteriori dieci giorni, proposte di modifica su cui deciderà, poi, in via definitiva la Camera;
  4. leggi approvate solo dalla Camera, salvo il Senato decida entro dieci giorni di esaminarle e di approvare a maggioranza assoluta, entro ulteriori dieci giorni, proposte di modifica su cui deciderà, poi, in via definitiva la Camera sempre a maggioranza assoluta;
  5. leggi approvate solo dalla Camera a maggioranza assoluta, salvo il Senato decida entro dieci giorni di esaminarle e di approvare, entro ulteriori quindici giorni, proposte di modifica su cui deciderà, poi, in via definitiva la Camera.

Semplificazione? Da un solo procedimento, si passerebbe a cinque. E, in quasi tutti, le possibili letture parlamentari salirebbero da due a tre.

Non sembra difficile, inoltre, immaginare una nuova ondata di contenzioso costituzionale, questa volta tra Camera e Senato, in ordine al tipo di procedimento da seguire nei diversi casi (in proposito, il nuovo articolo 70 si limita a prevedere che i presidenti delle Camere decidono, di comune intesa, sui conflitti di competenza: ma, chi assicura che l’intesa sia effettivamente raggiunta?).

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