Di cibo biologico e creazionismo

L’altro pomeriggio mi è capitato di vedere una vecchia puntata dei Simpson, The Monkey Suit: i Flanders si ritrovano, per caso, a vedere una mostra sull’evoluzionismo che giudica la creazione come un mito. Ned Flanders, sconvolto e incalzato dai figli, esclama

Nessuno è mai stato una scimmia! Ogni cosa è ciò che era e che sempre sarà! Dio ci ha messo al mondo punto e basta!

Ogni cosa è ciò che era e che sempre sarà. Mi sembra che la battaglia contro gli OGM, che la ricerca ossessiva del naturale, si pongono esattamente in questa linea di pensiero: l’idea, più o meno consapevole, che quello che noi chiamiamo carota, pomodoro, grano, sia sempre stato così, come se non fosse mai avvenuta una selezione umana o – appunto! – naturale.

Per fare un esempio: la banana che mangiamo e che è considerata naturale non esisterebbe senza l’intervento dell’uomo:

il 99 per cento delle banane commercializzate in occidente appartiene a un’unica varietà, nota con il nome di Cavendish. Come tutte le banane commestibili, la Cavendish è il frutto di un accidente biologico. Nata da un errore genetico, è sprovvista di semi e si riproduce per talea.

La frase ogni cosa è ciò che era e che sempre sarà mi ha dato alcuni spunti di riflessione sulla trappola del biologico, cioè su tutta la retorica sugli antichi sapori, le ricette tradizionali, la cucina della nonna, l’ossessione contro il geneticamente modificato:

(1) la cucina non può mai essere naturale: dal processo di selezione alla cottura, c’è sempre la mano dell’uomo (2) in gastronomia non esiste il tradizionale, ma solo l’imposizione di un sistema di valori (3) oggi, tale sistema di valori è espressione di una cultura conservatrice e religiosa (4) la trappola del biologico è funzionale ad una soluzione autoritaria della crisi economica e politica.

Impressioni sulle primarie

E quindi Pedro Sánchez ha vinto contro tutti, ma soprattutto contro i dirigenti del partito. È questo punto che mi ha incuriosito, perché il distacco iscritti-dirigenti è presente non solo in Spagna, ma anche in Italia, Francia e Regno Unito.

Al netto dei contenuti, il gioco è sempre lo stesso: primarie => elezione di un segretario con un buon appoggio popolare => divergenze tra dirigenti e segretario => primarie => elezione dello stesso segretario con un appoggio popolare maggiore => divergenze tra dirigenti e segretario, con minaccia di scissione.

L’Italia è stata capogruppo: primarie 2013 => vince Renzi => divergenze con i vertici sul programma di governo e sconfitta referendum => primarie 2017 => vince Renzi => ennesima mini-scissione.

La Spagna segue a breve distacco: primarie 2014 => vince Sánchez => divergenze con i dirigenti sulle alleanze di governo => primarie 2017 => vittoria di Sánchez => scissione?

E il Regno Unito non perde terreno: primarie 2015 => vince Corbyn => divergenze con i dirigenti per un po’ tutto e sconfitta referendum => primarie 2016 => vince Corbyn => scissione?

La Francia è alcuni passi dietro, ma salta le tappe: primarie 2017 => vince Hamon => divergenze con i vertici prima delle elezioni => scissione sostanziale nella forma dell’appoggio ad altri candidati.

È interessante notare come le primarie siano state vinte dal candidato dopo l’apertura alla partecipazione di nuovi iscritti (Regno Unito, Spagna) o comunque con un aumento dei voti nelle primarie di ritorno (Italia, Spagna).

Le altre grandi nazioni confinanti, a sinistra (Portogallo) e a destra (Germania), hanno storie diverse: Costa è riuscito a creare una coalizione di governo con gli altri partiti di sinistra; Schulz sembra aver esaurito l’entusiasmo post candidatura e non si sa come andrà a finire, ma sembra in vista una nuova coalizione con la CDU.

Appunti a margine della visione di La La Land

L’idea di voler cambiare il mondo, di seguire i propri sogni ad ogni costo.

Potrebbe finire alla prima parte e sarebbe un bel musical.

Quanto è brava Emma Stone?

E lui perché non cambia mai espressione?

L’idealizzazione del passato e la rappresentazione del moderno come senz’anima, commerciale.

La caduta e il ritorno a “casa” casa, cioè dai genitori, invece che rialzarsi come si canta con gli amici all’inizio del film.

Ultimamente la nostalgia vende.

La vita non è un musical.

Suona ancora, Seb.

Avremo sempre Parigi/City of stars, senza il machismo del you will understand.

Il discorso sul cambiamento

Se ti dovesse capitare di commentare il 60esimo anniversario della firma dei trattati di Roma, gli attentati terroristici, il fenomeno dei populismi, o altri argomenti all’ordine del giorno, fai in modo che ad un certo punto il tuo discorso contenga la frase dopo la caduta del muro di Berlino, le ideologie sono morte ed è iniziato un processo di trasformazione che e prosegui difendendo la tua opinione.

Senza prendere in considerazione eventuali commenti, fai notare che la visione del mondo è stata sostituita dalla sua narrazione.

Fingendo di non coglierne le contraddizioni, continua dando la colpa del declino al neoliberismo, organizza un evento anticapitalista su Facebook, commentalo in diretta su Twitter, salva le foto di quel giorno su Google Drive e finisci il weekend guardando un film contro le multinazionali su Netflix.

Vai a dormire tranquillo: il caffé biologico che hai ordinato su Amazon arriva domani mattina a casa.

Vincolo di mandato alla portoghese

Visto che è iniziata la campagna elettorale – era quasi ora: mancano solo 18 mesi alle elezioni! – volevo chiarire una cosa sul vincolo di mandato alla portoghese, di cui parlano alcuni 5S, come Di Maio che su FB afferma:

Se uno vuole andare in un partito diverso da quello votato dai suoi elettori, si dimette e lascia il posto a un altro, come accade ad esempio in Portogallo.

Ecco, non è proprio così.

È vero, l’art. 160 della Costituzione Portoghese afferma che perdono il mandato i deputati che s’iscrivono a un partito diverso da quello per cui erano stati eletti.

Come sempre, però, il diavolo è nei dettagli: niente vieta di lasciare il proprio partito.

Nella pratica, infatti, succede che il deputato che lascia il proprio partito esce dal rispettivo gruppo parlamentare e rimane indipendente, non iscritto a nessun gruppo (un po’ come quelli che da noi stanno nel gruppo misto).

Un esempio: il 24 gennaio Domingos Pereira ha lasciato il Partito Socialista e l’unico problema che ne è nato riguarda la tenuta del governo Costa, che adesso ha il sostegno di una maggioranza parlamentare che è tale solo per un voto.