Millenials viziati

Matteo Pascoletti su Valigia Blu evidenzia tre elementi tipici degli articoli sui giovani che non vogliono lavorare:

  1. La magnificazione della fatica come capacità a sé.
  2. La narrazione mitica del datore di lavoro.
  3. La trasformazione di problemi collettivi (diritto al lavoro) in problemi individuali (immaturità psicologica di chi non lavora stabilmente).

Il terzo mi sembra, come sostiene anche l’autore, l’elemento più odioso e violento:

Ossia dire al disoccupato: “Non trovi lavoro? È perché sei stronzo“. […] Si respinge la possibilità di individuare un problema scaricandolo sulle spalle di chi per primo ne subisce le conseguenze negative. Il conflitto sociale diventa problema psichico del singolo, l’alienazione prodotta dal conflitto diventa una minaccia per l’ambiente, che nulla ha da spartire con essa.

É la stessa ideologia che vedo alla dietro la diffusione dei corsi di yoga, meditazione e simili e che rappresenta il lato oscuro del reddito di cittadinanza e della meritocrazia: esaltare il progresso individuale annullando del tutto il background socio-economico in cui l’individuo nasce e si muove.

Ti sembra di non avere tempo per seguire una passione perchè lavori troppo? É colpa tua: medita e trova un nuovo equilibrio interiore!

Vuoi avere più soldi a disposizione? Smetti di versare i contributi per un eventuale sussidio di disoccupazione o per la pensione.

E se poi mi licenziano? É colpa tua: non ti sei impegnato abbastanza e non hai messo da parte dei soldi per questa eventualità.

Banche e politica

Sto leggendo il Il terzo spazio di Lorenzo Marsili e Yanis Varoufakis e c’è una proposta interessante che si ricollega alla recente critica del PD al Presidente della Banca d’Italia.

Come spiega bene il Post:

Il governatore di Banca d’Italia è una figura in teoria indipendente da governo e Parlamento. Viene nominato con un decreto del presidente della Repubblica, su proposta del governo e dopo aver interpellato il consiglio direttivo della Banca. Di fatto, il governatore viene scelto dal governo e a quel punto esercita il suo mandato senza più alcun condizionamento da parte della politica (sempre in teoria). In questo procedimento il Parlamento non ha nessun ruolo: per questo molti considerano un’indebita intromissione la mozione presentata e votata dal PD. Per alcuni è un attacco all’indipendenza di Banca d’Italia e un tentativo di portare l’istituzione al centro dello scontro politico, oppure una strategia di Renzi per ottenere facile consenso gettando sul governatore la colpa delle recenti crisi bancarie.

Ne Il terzo spazio c’è una riflessione connessa alla questione:

Disfare la Banca centrale europea per ricostruirla tale e quale in Italia non servirà a nulla. La via per recuperare sovranità, invece, è democratizzare il sistema finanziario. E si può iniziare a farlo proprio a livello nazionale. La Banca d’Italia può tornare di proprietà pubblica. Il suo direttore deve essere espressione del Parlamento italiano – con maggioranza qualificata, così come per le cariche istituzionali più importanti quali i giudici costituzionali – e lo stesso Parlamento deve avere il diritto di esercitare un’influenza sulle politiche portate avanti dalla Banca.

Toreri, inquisitori e vittime

Antonio Muñoz Molina, scrittore e saggista spagnolo, racconta su El País come risponde, con educazione e pazienza, alle osservazioni di intellettuali, scrittori e giornalisti che commentano la questione catalana sulla base di luoghi comuni e (definizione mia) spagnolismi:

The other night in Heidelberg on the eve of the notorious October 1, in the middle of a pleasant dinner with several professors and translators, I had to explain that once again with a forcefulness that helped me overcome my despondency. A German female professor told me that someone from Catalonia had assured her that Spain was still “Francoland.” I asked her, as nicely as I could, how she would feel if someone said to her that Germany was still Hitlerland. She felt immediately insulted. With as much calm as I could manage and in an educational tone, I clarified what no citizen from another democratic country in Europe has ever been forced to clarify: that Spain is a democracy, as worthy and as flawed as Germany and as far away from totalitarianism; even more so, if we look at the latest election results achieved by the far right. If we are still in Francoland, as her Catalan informer said, how is it possible for Catalonia to have its own educational system, parliament, police force, public television and public radio, and an international institute for the dissemination of Catalan language and culture? Acknowledging the singularity of Catalonia was a priority for the new Spanish democracy, I told her that the Generalitat, the Catalan regional government, was re-established even before voting on the Constitution. What an odd Francoist country, one that suppress Catalan language and culture so much that it chooses a Catalan language film to represent Spain at the Oscars.