Per capire Trump

Quando il 22enne Donald Trump torna nella sua città natale, a New York c’erano​ 12.5 omicidi ogni 100mila abitanti. Nel 1984 il tasso di omicidi era raddoppiato e nel 1990 si raggiunsero i 2.245 omicidi, 31 ogni 100mila persone.

Con il senno di poi – unica scienza esatta – è facile immaginare che quello fosse l’apice di un’onda che poi si è sgonfiata, ma i quarantenni degli anni ’90 del secolo scorso, come Trump, hanno visto il tasso di omicidi aumentare di anno in anno.

Allora, forse, ha ragione Ezekiel Kweku quando scrive che:

If you really want to get an idea of what this era felt like, watch a bunch of ’80s and ’90s science fiction, fantasy, and horror movies. No, really.

Movies that operate in the world of the fantastic can be an escapist retreat. But just as often, instead of withdrawing from their own era, they embody its concerns and preoccupations. Watching science fiction and fantasy movies is like reading the dream journal of the collective subconscious. Donald Trump’s […] vision of the city is not drawn from the lived experience or statistical reality of life in the average American city in 2017. For him, the city is a nightmare vision of the New York of the ’70s, ’80s, and early ’90s — Old Future New York.

Quando Trump, ad agosto del 2016, afferma che la criminalità a Chicago potrebbe essere sconfitta in una settimana se i poliziotti potessero being very much tougher than they are right now. They right now are not tough, probabilmente ha in mente Clint Eastwood in Dirty Harry!

Non so fino a che punto potrà aiutare a capire Trump, ma rivedere Escape from New York mi sembra sempre una buona idea.

Il Presidente Quimby

Sul Guardian, Phil McDuff analizza l’ascesa di Trump alla presidenza degli Stati Uniti d’America, affermando che non è l’accidentale successo di un pazzo, ma la normale conseguenza in una società il cui sistema di valori da millenni incoraggia gli uomini ad essere vincenti o a morire cercando di diventarlo.

Ma quello che più mi è piaciuta è la descrizione di Trump:

We all know Trump. We’ve worked for him, served him in a restaurant, dealt with him in a call centre. He’s the boss who emails you at 4.30pm on a Friday, doesn’t pay overtime for the work you do all weekend, and then takes credit for it on Monday. He’s the customer who refuses to tip because you didn’t smile when he called you “darling”. […] Indeed, what differentiates Trump is not his behaviour, but merely the height to which he has risen. The world is full of self-made used car salesmen harassing their secretaries in local government.

Non ha vinto Trump, ha perso Clinton

Nel giorno in cui i Verdi americano hanno richiesto ufficialmente il riconteggio dei voti delle elezioni presidenziali statunitensi in Wisconsin (e Clinton si è alla fine sbilanciata ad appoggiare questa proposta), è interessante analizzare a mente fredda il risultato delle elezioni americane.

Si dice che Clinton ha vinto il voto popolare, prendendo circa due milioni di preferenze in più rispetto a Trump. Bisogna notare una cosa:

  • nel 2012 hanno votato 129milioni di persone:
    • Obama: 65,9milioni di voti (51%)
    • Romney: 60,9milioni (47%)
    • Johnson: 1,2milioni (0,9%)
    • Stein: 469mila (0,36%)
  • nel 2016 hanno votato 134milioni di persone:
    • Clinton: 64,4milioni (47,9%)
    • Trump: 62,3milioni (46,3%)
    • Johnson: 4,4milioni (3,29%)
    • Stein: 1,3milioni (1,04%)

Emerge che, con più votanti, Clinton ha preso circa 1,5milioni di voti in meno di Obama, mentre Trump ha preso un 1,4milioni in più di Romney e gli altri due candidati hanno almeno triplicato le preferenze.

Tra i vari articoli di analisi, Thomas Fazi sembra cogliere meglio il punto:

Molto più semplicemente: la maggior parte dei tradizionali elettori repubblicani ha votato per Trump (e alcuni hanno addirittura votato per la Clinton), mentre milioni di tradizionali elettori democratici – per non parlare di molti elettori di Bernie Sanders – non hanno votato per nulla o hanno votato per candidati alternativi. In diversi cosiddetti “swing states”, infatti, Trump ha vinto grazie ad un margine risicatissimo di circa 100.000 voti. Questo vuol dire che alla Clinton sarebbe bastato portare alle urne anche solo l’1% dei circa 100 milioni di aventi diritto al voto che si sono astenuti.

Se questi dati sono confermati (in alcuni Stati lo spoglio non è ancora finito), si conferma la tesi di Lakoff per cui un conservatore sia più disposto ad accettare acriticamente le indicazioni di voto del proprio partito rispetto a un progressista.

In altre parole: quelli che passano da Sanders a Trump sono più numerosi di quelli che fanno il percorso inverso.

Anche la retorica dell’uomo bianco lavoratore che fa vincere Trump sembra un’invenzione:

Tra i bianchi, Trump ha racimolato solo l’1% dei voti in più rispetto a Romney nel 2012, mentre gli scaglioni di reddito sotto i trentamila e cinquantamila dollari hanno votato in maggioranza per la Clinton […] Anche nella cosiddetta “rust belt” – la regione che un tempo fu culla dell’industria pesante americana e che oggi registra tassi di disoccupazione e di emarginazione sociale altissimi – Trump ha raccolto solo circa 300,000 dei voti della (ex) working class bianca (la presunta protagonista di queste elezioni, a detta dei media). La Clinton, d’altro canto, ne ha persi all’incirca 1,5 milioni rispetto ad Obama. Come ha commentato Nate Cohn sul New York Times: «La Clinton ha subito le sue sconfitte più pesanti nei luoghi dove Obama era andato meglio tra l’elettorato bianco. Non è una semplice storia di razzismo».

Stay calm Think Observe Plan

Razzista, misogino, violento. Non per tutti hanno accezione negativa.

Forse quello che è sfuggito è Lakoff: una campagna divisiva e fortemente polarizzata aiuta i conservatori, poiché sono elettori più portati a ricompattarsi ed obbedire al comando del padre-autoritario; l’elettore di sinistra, invece, abituato al padre-permissivo, è meno propenso al rispetto dell’autorità.

In questa prospettiva, quelli che passano da Sanders a Trump sono più numerosi di quelli che fanno il percorso inverso: alla fine, il conservatore si tura il naso, obbedisce e vota; il progressista si astiene per protesta.

O forse è Hollywood: nei film, quelli poveri di campagna sono i buoni (Luke viveva in una capanna nel deserto; Rey raccoglie rifiuti) e quelli ricchi di città sono gli stronzi (Darth Vader è il braccio destro dell’imperatore, Kylo Ren è comandante del Primo Ordine); per non parlare di Braveheart (coraggioso contadino contro regnante senza cuore).

Ma anche Rocky I (lui sale sul ring tra i fischi, mentre Apollo Creed entra con uno spettacolo in cui fa lo zio Sam). La retorica dell’underdog, raccontata da uno ricco.

O forse è sfuggito perché abbiamo burocratizzato l’idealismo:

Inquadrando la sua politica anti-migranti come una battaglia contro le potenti élites e il politicamente corretto, il PVV è stato in grado di capitalizzare tutta una serie di lamentele, dalla rabbia contro i richiedenti asilo all’euroscetticismo. Nel frattempo, molte cause della sinistra radicale – tra cui l’anti-razzismo e l’anti-colonialismo – sono diventate pensiero istituzionale nei Paesi Bassi. “L’idealismo è stato burocratizzato”, sostiene il giornalista Bas Heijne, che scrive sul quotidiano liberale NRC Handelsblad. “E quando l’establishment impone l’universalismo, si reagisce contro di esso”. Ecco perché c’è un così forte tono anti-PC nella destra olandese: non diteci come parlare, per cosa festeggiare né accanto a chi dobbiamo vivere.

O forse abbiamo peccato di estrema etnicità e politica di genere, pensando che solo perché una persona appartiene ad una minoranza deve votare democratico: Trump ha preso più voti di Romney tra i neri e i latinos; mentre nelle stesse minoranze Clinton ha preso meno voti di Obama ed anche nel voto femminile l’attuale presidente andò meglio della candidata democratica.

In ogni caso, ha ragione Alain de Botton:

C’è una naturale spinta a fare qualcosa in fretta e con rabbia. C’è una uguale spinta a rinunciare e nascondersi, il consiglio del quietismo [cristiano, ndt]. Non [bisogna] sentirsi nel giusto; né capaci di resistere né esplodere. L’unica vera strada è quella di impegnarci ad anni di attenta, abile pianificazione per realizzare il rinnovamento di quel sogno ora sempre meno plausibile: una terra governata per un po’ più di tempo da uno spirito, fragile come cristallo, di saggezza e di amore.

 

Di votazioni e apocalisse

All’inizio, come tutti gli spettacoli americani, anche il grande show elettorale era divertente. Poi si è caduti nella trappola dell’apocalisse ed è diventato tutto noioso.

Clinton è una bugiarda! Trump è un bugiardo! Clinton è una corrotta! Trump è un evasore! Clinton è debole! Trump è maschilista! Clinton è un burattino dei mercati! Trump è un burattino di Putin!

Personalmente, sono combattuto.

Da un lato, mi piace l’idea che il primo presidente donna degli Stati Uniti sia visto come una negativa continuità con il passato. Inoltre, non l’ho letto da nessuna parte, ma mi sembra un bella novità che Clinton sarebbe anche la prima donna Comandante in capo delle forze armate più numerose e potenti del mondo.

E poi, come non condividere la proposta di Maureen Dowd, columnist del New York Times, di affidare a Bill Clinton il ruolo di first lady: così finalmente tutti capiranno fino a che punto questa figura sia ridicolmente superata […] gli piacerebbe tantissimo, si divertirebbe un mondo. E anche io!

Dall’altro lato, c’è il mio istinto caotico neutrale che spera in una vittoria di Trump… così, per vedere cosa succede. Sarà la fine della democrazia? Una nuova guerra mondiale, nucleare ed informatica? La crisi dei mercati?

Sembra che anche Slavoj Žižek speri in una vittoria di Trumpentrambi i grandi partiti, Repubblicani e Democratici, dovranno ritornare alle basi, reinventarsi, e forse così qualcosa può accadere. 

In un articolo tradotto su la Repubblica del 7 novembre, il filosofo sloveno è meno drastico e adatta al contesto sue precedenti teorie:

i progressisti che paventano la vittoria di Trump non temono in realtà una svolta radicale a destra. A spaventarli è semplicemente un reale, radicale cambiamento sociale. I liberal ammettono le ingiustizie della nostra vita sociale (e ne sono sinceramente preoccupati), ma vogliono porvi rimedio con una “rivoluzione senza rivoluzione” come diceva Robespierre.

Ma soprattutto fa una giusta osservazione: la vittoria di Trump contiene in sé un grave rischio, non c’è dubbio, ma la sinistra sarà mobilitata solo dalla minaccia di una catastrofe.

Non solo la sinistra. Ormai tutta la politica si muove solo per paura.

Oggi è Trump. Ieri era la Brexit. L’altro ieri la Spagna senza governo. Prima le riforme costituzionali in Polonia. La crisi economica greca. L’instabilità dell’Italia berlusconiana. Sullo sfondo la crisi dei migranti. Domani sarà il pericolo di un governo del Fronte Nazionale in Francia. Poi le elezioni in Germania con il rischio di un’affermazione dell’AfD. Il referendum costituzionale in Italia. Ogni anno per l’approvazione del bilancio.

Siamo passati dalla fine della storia alla fine del mondo.

Si stanno verificando tutte le condizioni che esistevano ad inizio Novecento, prima delle due Guerre Mondiali! Ma la terza sarà quella definitiva perché sarà nucleare! La fine è vicina! E allora film su zombie, regimi dispotico-tecnologici, supereroi che salvano il mondo da invasioni aliene, mondi paralleli.

L’idea dell’emergenza eterna, della crisi continua non è neutrale, ma è una precisa strategia nazionalista, pericolosamente reazionaria: l’unica salvezza è chiudersi! Salviamo il salvabile! Riscopriamo le tradizioni, la cucina a km zero, i nostri stupidi, buffi, assurdi costumi locali!

È anche una visione molto religiosa: da destra, con l’idea dell’arrivo dell’uomo della provvidenza che da solo risolverà tutti i problemi; da sinistra, con l’idea che solo dopo la catarsi apocalittica si può costruire un mondo migliore. In ogni caso solo io posseggo la verità e l’altro è un eretico da abbattere: o con me o contro di me. Sia il vostro parlare sì, sì, no, no; il di più viene dal maligno.

Ma soprattutto non ti fa pensare: non ti fa ragionare sugli effetti riflessi delle tue scelte (non c’è tempo!), non ti permette di rivalutare le tue scelte (sono le sole giuste!). L’altro non è più una persona, portatore di interessi e meritevole di ascolto, ma un nemico malvagio da abbattere.

No. Superiamo la trappola dell’apocalissenon c’è niente di più ribelle, di più controcorrente che filosofare.