Toreri, inquisitori e vittime

Antonio Muñoz Molina, scrittore e saggista spagnolo, racconta su El País come risponde, con educazione e pazienza, alle osservazioni di intellettuali, scrittori e giornalisti che commentano la questione catalana sulla base di luoghi comuni e (definizione mia) spagnolismi:

The other night in Heidelberg on the eve of the notorious October 1, in the middle of a pleasant dinner with several professors and translators, I had to explain that once again with a forcefulness that helped me overcome my despondency. A German female professor told me that someone from Catalonia had assured her that Spain was still “Francoland.” I asked her, as nicely as I could, how she would feel if someone said to her that Germany was still Hitlerland. She felt immediately insulted. With as much calm as I could manage and in an educational tone, I clarified what no citizen from another democratic country in Europe has ever been forced to clarify: that Spain is a democracy, as worthy and as flawed as Germany and as far away from totalitarianism; even more so, if we look at the latest election results achieved by the far right. If we are still in Francoland, as her Catalan informer said, how is it possible for Catalonia to have its own educational system, parliament, police force, public television and public radio, and an international institute for the dissemination of Catalan language and culture? Acknowledging the singularity of Catalonia was a priority for the new Spanish democracy, I told her that the Generalitat, the Catalan regional government, was re-established even before voting on the Constitution. What an odd Francoist country, one that suppress Catalan language and culture so much that it chooses a Catalan language film to represent Spain at the Oscars.

 

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Invenzione di una nazione

Alicia Giménez Bartlett, scrittrice spagnola di romanzi polizieschi, intervistata da La Repubblica, fa una riflessione interessante sulla nascita del nazionalismo catalano:

credo che le ragioni di questo fenomeno siano almeno tre. La prima è che si tratta di una generazione che ha fatto tutta la scuola con il catalano come prima lingua. E con un indottrinamento ideologico abbastanza importante. Sono convinti che la Catalogna sia il centro del mondo. Un’altra ragione è che hanno lavori precari e malpagati o sono disoccupati. E l’indipendenza è un’idea sovversiva contro un sistema che li ha emarginati. L’indipendenza regala loro una via d’uscita da questa rabbia, dal sentirsi ingannati. E alla fine aggiungerei, come terza ragione, il bisogno di vivere, come generazione, una esperienza politica importante. Un’utopia. Hanno bisogno che accada qualcosa di epico nella loro vita come accadde nella nostra quando lottavamo contro la dittatura.

Mi ha ricordato una frase letta tempo fa, sempre in un articolo sulla questione catalana che diceva: una nazione è un gruppo di persone che si inventano un passato comune e odiano i propri vicini.

 

Di partiti socialisti e geringonça

I veti incrociati dei partiti spagnoli stavano conducendo il Paese alla terza elezione in un anno: mai con Rajoy, mai con il PP, mai con i nazionalisti, mai senza una riforma sul federalismo, non mi piego ai corrotti, sono uno duro io!

Le dimissioni di Sanchez sembrano aver risolto la situazione aprendo all’ipotesi di un’astensione del PSOE per permettere la formazione di un governo popolare, nell’interesse del paese e perché – dopo tutto questo – nuove elezioni significherebbe la pasokizzazione dei socialisti a favore di Podemos.

È (poco) rassicurante scoprire che anche in Spagna vi è una bicefalia congenita all’interno del partito socialista: prima González contro Guerra, poi Almunia contro Borrell, Rubalcaba contro Chacón e infine Susana Díaz contro Pedro Sánchez.

Quest’ultimo scontro è ancora più interessante: è stata Díaz a proporre Sánchez come candidato alle primarie socialiste del 2014 “a cui non si poteva presentare perché aveva appena vinto la presidenza dell’Andalusia. In quel modo ha frenato l’ascesa di Eduardo Madina, il suo maggior rivale, che avrebbe potuto essere un candidato forte“. Poi quello che doveva essere una marionetta, si è rilevato più indipendente del previsto, ma non più abile.

Da parte sua Podemos può approfittarne per rifiatare e comporre le piccole discrepanze sulla strategia nate tra Pablo Iglesias, più netto nel rifiutare ogni compromesso, e Iñigo Errejón, più possibilista ad un’apertura verso i socialisti.

Intanto, la situazione della sinistra in Europa non sembra migliore e il leitmotiv è sempre lo stesso: la divisione tra chi muove verso il centro e chi spinge a sinistra.

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Stallo alla spagnola

Il 25 settembre si vota nei Paesi Baschi. Il voto potrebbe modificare gli equilibri dello stallo spagnolo. Come riportato da il Post:

Se il PNV – il Partito nazionalista basco, di centro-destra – dovesse avere bisogno dell’appoggio del PP per governare nei Paesi Baschi, il PP potrebbe chiedere in cambio l’appoggio dei cinque deputati del PNV in Parlamento (è già successo che il PNV appoggiasse l’investitura di un leader dei Popolari: nel 1996, con José Maria Aznar). […] Inoltre negli ultimi giorni anche il PSOE ha cominciato a “corteggiare” il PNV, offrendo la possibilità di inserire il concetto di “nazione” nello Statuto di autonomia dei Paesi Baschi, una soluzione che sarebbe gradita ai nazionalisti baschi.

Potrei scrivere dell’importanza della zona grigia, come luogo di incontro delle diverse visioni politiche, che permette alla democrazia di funzionare; ovvero cercare di spiegare l’impressione che premi di maggioranza, soglie di sbarramento e altri tecnicismi sono pericolosi all’interno di un discorso fatto di linee rosse e incapacità di ascolto dell’altro.

Ma è più divertente giocare con il Calcolatore di Patti Elettorali, creato da El País:

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Uniamo il tuo tetto e il mio suolo

Podemos, Izquierda Unida (IU) e Equo hanno concluso un accordo per presentarsi uniti alle elezioni del 26 giugno in Spagna.

Come nota Isaac Rosa, giornalista de eldiario.es:

Due anni e mezzo per confermare, ancora una volta, que l’unione moltiplica, e che è l’unica alternativa. […] E si dimostrò perfettamente il 20D, quando [i movimenti] mareas e confluencias hanno vinto nei rispettivi territori e hanno trainato Podemos nel resto della Spagna.

Rosa individua l’origine del patto nel doppio colpo subito da Podemos e IU: il primo ha sbattuto la testa nel soffitto, nel tentativo di assaltare il cielo e superare il PSOE; il secondo è caduto di culo atterra, ma non tanto da sparire del tutto dai radar elettorali.

Nell’augurarsi che l’effetto moltiplicatore si realizzi, invita Iglesias e Garzón a non limitarsi ad una semplice stretta di mano formale:

[bisogna] aggregare i movimenti sociali e mobilizzare i cittadini per un viaggio che non termina il 26J, ma che invece inizia quel giorno.