Di partiti socialisti e geringonça

I veti incrociati dei partiti spagnoli stavano conducendo il Paese alla terza elezione in un anno: mai con Rajoy, mai con il PP, mai con i nazionalisti, mai senza una riforma sul federalismo, non mi piego ai corrotti, sono uno duro io!

Le dimissioni di Sanchez sembrano aver risolto la situazione aprendo all’ipotesi di un’astensione del PSOE per permettere la formazione di un governo popolare, nell’interesse del paese e perché – dopo tutto questo – nuove elezioni significherebbe la pasokizzazione dei socialisti a favore di Podemos.

È (poco) rassicurante scoprire che anche in Spagna vi è una bicefalia congenita all’interno del partito socialista: prima González contro Guerra, poi Almunia contro Borrell, Rubalcaba contro Chacón e infine Susana Díaz contro Pedro Sánchez.

Quest’ultimo scontro è ancora più interessante: è stata Díaz a proporre Sánchez come candidato alle primarie socialiste del 2014 “a cui non si poteva presentare perché aveva appena vinto la presidenza dell’Andalusia. In quel modo ha frenato l’ascesa di Eduardo Madina, il suo maggior rivale, che avrebbe potuto essere un candidato forte“. Poi quello che doveva essere una marionetta, si è rilevato più indipendente del previsto, ma non più abile.

Da parte sua Podemos può approfittarne per rifiatare e comporre le piccole discrepanze sulla strategia nate tra Pablo Iglesias, più netto nel rifiutare ogni compromesso, e Iñigo Errejón, più possibilista ad un’apertura verso i socialisti.

Intanto, la situazione della sinistra in Europa non sembra migliore e il leitmotiv è sempre lo stesso: la divisione tra chi muove verso il centro e chi spinge a sinistra.

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Stallo alla spagnola

Il 25 settembre si vota nei Paesi Baschi. Il voto potrebbe modificare gli equilibri dello stallo spagnolo. Come riportato da il Post:

Se il PNV – il Partito nazionalista basco, di centro-destra – dovesse avere bisogno dell’appoggio del PP per governare nei Paesi Baschi, il PP potrebbe chiedere in cambio l’appoggio dei cinque deputati del PNV in Parlamento (è già successo che il PNV appoggiasse l’investitura di un leader dei Popolari: nel 1996, con José Maria Aznar). […] Inoltre negli ultimi giorni anche il PSOE ha cominciato a “corteggiare” il PNV, offrendo la possibilità di inserire il concetto di “nazione” nello Statuto di autonomia dei Paesi Baschi, una soluzione che sarebbe gradita ai nazionalisti baschi.

Potrei scrivere dell’importanza della zona grigia, come luogo di incontro delle diverse visioni politiche, che permette alla democrazia di funzionare; ovvero cercare di spiegare l’impressione che premi di maggioranza, soglie di sbarramento e altri tecnicismi sono pericolosi all’interno di un discorso fatto di linee rosse e incapacità di ascolto dell’altro.

Ma è più divertente giocare con il Calcolatore di Patti Elettorali, creato da El País:

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Uniamo il tuo tetto e il mio suolo

Podemos, Izquierda Unida (IU) e Equo hanno concluso un accordo per presentarsi uniti alle elezioni del 26 giugno in Spagna.

Come nota Isaac Rosa, giornalista de eldiario.es:

Due anni e mezzo per confermare, ancora una volta, que l’unione moltiplica, e che è l’unica alternativa. […] E si dimostrò perfettamente il 20D, quando [i movimenti] mareas e confluencias hanno vinto nei rispettivi territori e hanno trainato Podemos nel resto della Spagna.

Rosa individua l’origine del patto nel doppio colpo subito da Podemos e IU: il primo ha sbattuto la testa nel soffitto, nel tentativo di assaltare il cielo e superare il PSOE; il secondo è caduto di culo atterra, ma non tanto da sparire del tutto dai radar elettorali.

Nell’augurarsi che l’effetto moltiplicatore si realizzi, invita Iglesias e Garzón a non limitarsi ad una semplice stretta di mano formale:

[bisogna] aggregare i movimenti sociali e mobilizzare i cittadini per un viaggio che non termina il 26J, ma che invece inizia quel giorno.

Brutta aria per il PSOE

Nell’ultimo incontro con il Re Felipe, Pablo Iglesias, leader di Podemos, si è detto disponibile a sostenere un governo di sinistra a guida socialista. Successivamente, Rajoy rifiuta l’incarico a cercare di formare un governo sostenendo di non avere, in questo momento, una maggioranza.

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