Il manifesto di Ventotene

La rivoluzione europea, per rispondere alle nostre esigenze, dovrà essere socialista, cioè dovrà proporsi la emancipazione delle classi lavoratrici e la realizzazione per esse di condizioni più umane di vita. […] Il principio veramente fondamentale del socialismo, e di cui quello della collettivizzazione generale non è stato che una affrettata ed erronea deduzione, è quello secondo il quale le forze economiche non debbono dominare gli uomini, ma – come avviene per forze naturali – essere da loro sottomesse, guidate, controllate nel modo più razionale, affinché le grandi masse non ne siano vittime.

 Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, Ursula Hirschmann
Per un’Europa libera e unita. Progetto d’un manifesto
noto come Il Manifesto di Ventotene

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Forse il 2016 non è stato così male

La prospettiva di James Crisp, giornalista inglese di base a Bruxelles e curatore della newsletter giornaliera di EurActiv, è semplice: anche se i tuoi amici su Twitter e Facebook sostengono che il 2016 è stato il peggior anno di sempre, abbiamo passato momenti peggiori.

Nel 1918, tra 20 e 50 milioni di persone morirono per un’influenza. Il 2015, non dimentichiamolo, ha avuto anche le sue tragedie e il suo terrorismo.

Il 1944 è stato abbastanza brutto. Anche il 1346, il primo anno che la Peste Nera colpì l’Europa, non è stato tutto da ridere.

È vero che la Brexit, l’elezione di Trump, gli attacchi terroristici e le altre crisi internazionali sono complicate e preoccupanti, ma fuori dalla stanza dell’eco di Bruxelles, il problema dell’Unione Europea è uno solo, sempre lo stesso fin dalla sua creazione:

come diventare rilevante e credibile, invece che disprezzata, tollerata o ignorata.

Appunti dal corso “European Culture and politics”

All’interno del corso online European Culture and Politics dell’università di Groningen, ho trovato particolarmente interessante l’intervista a Jose Casanova, professore di sociologia delle religioni alla Georgetown University.

Parlando di secolarismo e, più in generale, dei rapporti tra religione e spazio pubblico nei Paesi europei, afferma:

Conosciamo molti contesti in cui musulmani e indù, musulmani e cristiani possono vivere insieme senza alcun problema. Ma poi succede qualcosa che sfida questi schemi, schemi stabili. Di solito ha a che fare con lo Stato nazionale e l’idea della necessità di creare uno Stato nazionale omogeneo. […] le cosiddette guerre di religione nell’Europa moderno, se le si chiama guerre di formazione dello Stato – che è quello che erano – poi, ovviamente, si modifica la dinamica di ciò che è. Se capisci questo… ad esempio, gli ebrei, musulmani e cristiani potevano vivere insieme in Spagna sotto questi regni musulmani e cristiani. Ma poi arriva il modello di uno stato cattolico. Si cerca di omogeneizzare la popolazione. C’è bisogno di sbarazzarsi di ebrei e musulmani.

L’art. 50 del Trattato di Lisbona non esiste

Giusto per fare un po’ il pignolo, ma il Regno Unito attiverà l’art. 50 del Trattato sull’Unione Europea, che non è il Trattato di Lisbona.

Il Trattato di Lisbonamodifica il Trattato sull’Unione Europea e il Trattato che istituisce la Comunità Europea” ed è formato da due articoli, più allegati e protocolli, con i quali, rispettivamente, aggiorna il Trattato sull’Unione Europea e istituisce il Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea.

La procedura di uscita, quindi, è disciplinata dall’art. 50 del Trattato sull’Unione Europea, come modificato dal Trattato di Lisbona.

Nota di costume

Scegli tu se è ironia della storia o preveggenza, ma inizialmente non era prevista alcuna procedura di uscita dall’Unione: l’art. 50 è stato inserito per volontà del Regno Unito nel caso in cui avesse cambiato idea sul mercato unico.

Post-Referendum . Pre-Brexit

I paradossi della Brexit sono ben riassunti in questo post di Fb di Guy Verhofstadt, presidente del gruppo politico Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l’Europa (ALDE) e scelto dal Parlamento Europeo come uno dei negoziatori delle future trattative sulla Brexit:

post-guy-verhofstadt

Appunti dal corso “Why European Union?”

Mi divertono sempre i cambi di punti di vista e questo corso online della Pompeu Fabra University di Barcellona legge la storia dell’Unione Europea da una prospettiva interessante: l’integrazione europea come costante tentativo di normalizzare la Germania, troppo grande per l’Europa, troppo piccola per il mondo.

Ogni tappa della storia dell’Unione Europea è figlia di circostanze storiche ben precise:

Per la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio, fu [determinante] la spinta americana e britannica a normalizzazione la Germania in termini politici ed economici. Questo accadde in un contesto di guerra fredda, che ha spinto la Francia a formulare il concetto di sovranazionalità.

Per la Comunità Economica Europea, è stata la crescente dipendenza degli affari dell’Europea Occidentale dall’economia tedesca che ha portato l’unione doganale europea ad essere amministrata in comune.

Per l’Unione Europea, è stata la riunificazione delle due Germanie nel 1990 che ha spinto verso la creazione di una nuova base istituzionale per inquadrare i rapporti con la nuova potenza europea.

Per la moneta unica, sono state la politica monetaria e le istituzioni tedesche ad essere usate come modello per le istituzioni e la politica monetaria europea.

Il risultato è che la Germania non esiste più come entità indipendente. E come lei, non esiste più l’Italia, la Francia, etc.